Demagogia mistificatrice e confusioni terminologiche
Ogni bravo studente conosce l’importanza dei termini,
il loro corretto significato, il loro peso. Occorre sempre fare attenzione
nell’uso delle parole, che possono rivelarsi armi micidiali. Non è saggio
scherzare con il linguaggio, veicolo di comprensione e di comunicazione, ma
anche di mistificazioni e di strumentalizzazioni ideologiche. La demagogia
sguazza nelle paludi degli equivoci semantici, negli stagni delle imprecisioni
concettuali, spesso create ad arte e usate in mala fede. E’ il caso di ”corporazione”
e di “corporativismo”, concetti che nella nostra epoca hanno assunto un’accezione
spregiativa, qualunquistica, in quanto indicherebbero la tendenza ad una difesa
particolaristica e settoriale degli interessi, di contro ad una visione generale
del bene politico e sociale. Se ritorniamo alle radici medioevali delle corporazioni
e delle gilde, riscontriamo sul piano storico una realtà molto diversa. Queste
associazioni di mestiere, nate con forti vincoli spirituali di religiosità
e di fratellanza, riunivano i mercanti e gli artigiani, i soggetti attivi
della civiltà comunale, cittadini autentici, non sudditi passivi. L’interesse
corporativo da concepirsi in senso lato, non ristretto, si identificava con
il concetto di pubblico, con lo stesso comune di cui era parte integrante,
con la città tutta, in una concezione armonica di collaborazione fra le categorie
e i ceti , con funzioni di mediazione nei riguardi dell’intero corpo politico
e sociale. Le corporazioni costituivano corpi intermedi dinamici e produttivi,
autonomie cittadine popolari e ,in relazione ai tempi, democratiche, contribuendo
fattivamente a dar vita ad una civiltà molto variegata , soprattutto articolata,
non priva di una sua vitale conflittualità, di contro alle vecchie tirannidi,
ai futuri assolutismi statali moderni, per non parlare dei nostri totalitarismi
contemporanei, caratterizzati da appiattimenti e livellamenti di tipo liberticida.
La gilda, di ascendenza nordica, era nata con una mentalità di mutua difesa
ed assistenza, sorretta da forti vincoli religiosi e solidali. Assume in seguito
funzioni analoghe alle nostre corporazioni artigianali e mercantili. Si tratta,
è ovvio, di un discorso meritevole di attenta contestualizzazione e di puntuale
storicizzazione. Le associazioni di mestiere, le corporazioni, le gilde, le
fratellanze vanno studiate nella loro epoca , quando combattevano le prevaricazioni
del potere feudale, per poi trovarsi di fronte al nascente stato moderno,
già teso verso forme di centralismo autoritario. Nel corso della storia è
intervenuta un’ulteriore mistificazione ,dovuta al fascismo, che di fatto
ha considerato le corporazioni in maniera rigida e gerarchica, nell’ambito
dello stato totalitario, privandole di ogni pur minima autonomia e di ogni
valenza politica. Si pensi al Codice Rocco, che ha finito per prevalere sulle
istanze sociali di Bottai e su quelle filosofiche di Ugo Spirito. E’ ora di
attribuire al corporativismo la sua giusta accezione semantica. E, con un
salto temporale un po’ audace, veniamo ai tempi presenti e alla nostra GILDA.
La tanto decantata autonomia scolastica, già voluta da Berlinguer ed accentuata
dall’attuale governo, non è da intendersi in senso democratico, in antitesi
al centralismo di stampo napoleonico (come hanno voluto farci credere) . Si
traduce in un maggiore potere dei dirigenti scolastici, che hanno ottenuto
un loro decentramento rispetto all’amministrazione centrale, finendo per costituire
nella realtà i nuovi feudatari, con i docenti relegati al ruolo di valvassori
e valvassini, se non di servi della gleba, senza alcuna dignità. Si tratta
di un neofeudalesimo, che, a differenza di quello medievale, non presenta
alcuna funzione storica, alcun valore spirituale. Un nuovo Medioevo, però
senza onore, in grado di intrecciarsi ad interessi statali. Mostruoso ibrido
fra neofeudalesimo e permanente statalismo. La battaglia politica e sindacale
della Gilda contro questa triste realtà del nuovo secolo significa esattamente
il contrario del qualunquismo o dell’interesse settoriale, legato ad un corporativismo
nella sua accezione ristretta . Qualunquisti saranno gli altri. Battersi per
una scuola pubblica, laica, libera dalle interferenze di una dirigenza spesso
tracotante nel suo carattere burocratico e falsamente imprenditoriale , costituisce
uno scopo alto e nobile, degno di collegarsi idealmente, non certo materialmente,
alle gilde di antica memoria.
Giulio Moraca
Senigallia, novembre ’03.